"Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male" (F. W. Nietzsche)


Gli invisibili a nord di Napoli

23.09.2009 11:58

 La storia di Melito si incrocia da tempo con quella della professionalità artigianale della pelletteria. Scarpe e borse sono i punti salienti dell’economia di una città che si pone a metà strada tra l’eccellenza agroalimentare e le poche punte di una virtuosa industrializzazione. Come nella migliore delle tradizioni che si rispetti, però, la metafora darwiniana dell’evoluzione non si smentisce neppure in questo caso.

I cinesi. Cento, mille, diecimila, centomila. Molti con nomi fittizi, affibbiatigli dalla gente comune o dal loro “referente” di turno. Gli stessi stipati in un solo appartamento e accomunati da un’unica carta d’identità. La taroccata opinione pubblica del “tanto, sono tutti uguali” diventa, così, punto di forza di questo scambio confusionale di volti e di vite. A tutto vantaggio, nel caso della nostra analisi, dell’abbattimento dei costi della manodopera.

Non era difficile, in tempi non lontani, trovare a Melito e nell’area a nord di Napoli artigiani o piccole imprese del settore della pelletteria che fornivano l’onesto guadagno a uomini e donne lavoratori di una provincia martirizzata dalla piaga della disoccupazione.

Ad un certo punto, però, la storia sembra cambiare. Le motivazioni sono date dal connubio tra i fattori economici e le evoluzioni socio-antropologiche: i costi delle materie prime aumentano e le produzioni semiartigianali diventano la nuova élite da contrapporre alle merci dozzinali. Nel contempo, però, sono sempre meno le persone disposte a lavorare come operai, in quanto si va alla ricerca, grazie al “pezzo di carta” sempre più alla portata di tutti, del lavoro “da impiegato”, magari in un ufficio della Pubblica Amministrazione promesso dall’azzeccagarbugli di turno.

A fare da contraltare c’è l’immigrazione. Inarrestabile. Benedetta. Sì, perché se ufficialmente le leggi vogliono respingere gli immigrati, molti imprenditori delle nostre zone li ricercano per impiegarli in lavori che da sempre appartengono alle nostre terre. e che oggi sono considerati minori. Dice F. B.: «Si tratta dell’unica soluzione. Gli Italiani non vogliono più lavorare così». Ma perché? La maggiore coscienza spinge tutti a chiedere un contratto, nel miraggio di essere iscritti nelle liste della previdenza sociale. Tutti. O quasi. Gli immigrati, specie quelli clandestini, no.

A pochi importa di una qualità inferiore: si cambia il target di pubblico, si rimpinguano le casse. La clandestinità è un bagaglio a mano sempre pronto all’uso.

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